Andrea e il ticchettio del motore che si raffredda – Motociclista di Agosto 2026

C’è un uomo, seduto su un muretto, che si toglie il casco e riprende a respirare. È lì, in quel gesto minuscolo, che si nasconde tutta la storia di Andrea Vatteroni. 

di Marco Costanzo — Moto Stories, motociclismo.top (segnala il motociclista del prossimo mese) 

Andrea Vatteroni potrebbe raccontarmi di record, di potenza, di orizzonti di lamiera lucidata. Invece mi racconta di un ticchettio. È il motore che si raffredda, dopo una tappa, in una sosta che nessuno fotograferebbe per la copertina di una rivista patinata. La foto che sceglierebbe per riassumere la sua vita da motociclista, mi ha detto, non sarebbe quella da cartolina: niente piega perfetta in pista, niente tramonto costruito ad arte. Solo la giacca sbottonata, il casco appoggiato sul manubrio, un sigaro, e lo sguardo perso verso l’orizzonte. È lì, in quella sosta anonima, che si vede davvero un motociclista: non quando corre, ma quando si ferma. 

Ho imparato, in tanti anni di mestiere fatto di parole e di strade raccontate, che le persone si rivelano nei dettagli che non sanno di aver scelto. Andrea non aveva moto in famiglia: nessuno gliel’ha trasmessa, se l’è presa da solo, come una folgorazione improvvisa. Racconta di essersi lasciato conquistare dai dettagli — il ticchettio del motore caldo, il suono dello scarico, il brivido della prima vera piega — con la stessa meraviglia con cui se ne parla ancora oggi. È partito con moto corsaiole, l’anima da pista, macchine con un nome e un carattere: la Clarabella, la CBR 600 RR il cui acronimo gli suonava già come un nomignolo; e la Marilyn, la Ducati 848, bella e affascinante come l’attrice a cui deve il nome. 

Poi sono arrivati i figli, e con loro una paura sana, quella che ti fa cambiare strada senza farti perdere la rotta. Andare in giro da solo, mentre loro restavano a casa, aveva smesso di avere senso: per Andrea la moto è sempre stata condivisione, mai fuga. Così è passato al GS, che oggi chiama semplicemente “la Blu”, per quel colore acceso sul serbatoio. Ma il nome vero, quello sostanziale, glielo ha dato la famiglia: è diventata la poltrona su cui i figli salgono volentieri, capiente abbastanza da portare tutti insieme senza zaini e senza rinunce. Antoine de Saint-Exupéry scriveva che 

“Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione.” 

ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY 

ed è esattamente quello che succede sopra un GS con tre caschi a bordo: nessuno guarda l’altro, tutti guardano la stessa curva che arriva. 

C’è una frase di Andrea che meriterebbe di essere scolpita da qualche parte, magari su un cartello lungo la Cisa: il bello del viaggio in moto è che per arrivare a destinazione esistono infinite possibilità, e le si sceglie strada facendo, un po’ a sentimento. La meta dà il senso al viaggio, dice, ma è la strada scelta al bivio a dargli il sapore. Robert Louis Stevenson, che di viaggi a piedi e in barca se ne intendeva, la mise giù in un modo che Andrea avrebbe potuto firmare: 

“Non viaggio per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare.” 

ROBERT LOUIS STEVENSON 

Provate a ripeterlo a chi in questo momento sta cercando la propria direzione, in sella o no: funziona anche lì. 

Andrea porta nel cuore due strade opposte, come i due emisferi di una stessa persona. La vecchia Cisa, con le sue curve infinite, gli ha insegnato ad avere paura al punto giusto: aderenza, concentrazione, memoria muscolare. La litoranea delle Cinque Terre, invece, gli ha insegnato a smettere di guidare e cominciare a respirare. Ha ragione lui: le strade che davvero ci formano di solito sono due, non una. Quella che ci insegna il mestiere, e quella che ci ricorda perché lo facciamo. 

E poi c’è la domanda che divide da sempre chi va in moto: meglio soli o in gruppo? Andrea non sceglie, e fa bene. Da solo, dice, è un viaggio interiore: la testa si libera, ogni decisione è tua al cento per cento, il casco diventa uno spazio personale. In gruppo, invece, la strada diventa complicità: l’intesa negli specchietti, le risate alle soste, quel senso di appartenenza che si prova solo condividendo la stessa passione. Se da solo si viaggia per ritrovare se stessi, dice, in gruppo si viaggia per condividere la strada. Servono entrambe le cose, e serve solo capire di quale delle due si ha bisogno nel momento in cui si accende il motore. 

L’A N E D D O T O , LA TERAP IA, L’I N C O N TR O 

C’è un episodio che Andrea non racconta da sé: glielo rinfresca un amico d’infanzia che vede di rado. Nella sua città c’era una circonvallazione che passava dietro un castello diroccato, il Castruccio. L’amico abitava lì, e ancora oggi gli ricorda di quando lo vedeva sfilare sotto il suo terrazzo con la Clarabella: in quella curva Andrea era così piegato e piantato dentro la carena che dall’alto non si vedeva lui, si vedeva solo il fianco della moto. È un ricordo che lo fa ancora sorridere, e che racconta bene un periodo della vita in cui non era spericolato quanto, semplicemente, senza alcun senso della paura. Di quegli anni, dice, gli è rimasta addosso proprio quella leggerezza: senza di essa, forse, non sarebbe più in sella. 

Alla domanda se la moto lo abbia mai aiutato ad attraversare un periodo difficile, Andrea non racconta un momento preciso: dice che succede ogni volta che fa un viaggio un po’ più lungo. La moto, per lui, è una terapia costante. Quando ti metti in strada, dice, i pensieri iniziano a muoversi — a volte nella tua direzione, altre volte ti remano contro — e il casco fa da cassa di risonanza, ti costringe a farci i conti. Non risolve i problemi da sola, ma dà lo spazio e il ritmo giusto per rimetterli in ordine mentre si va avanti. 

Poi ci sono gli incontri che non si programmano: una sosta per un caffè, una mappa aperta sul serbatoio, e all’improvviso si parla con uno sconosciuto come se ci si conoscesse da sempre. Basta uno scambio di battute con chi vive la stessa passione, dice Andrea, per far deviare la giornata verso un valico che non si era messo in conto. La strada, in quei momenti, trasforma perfetti sconosciuti nei migliori compagni di viaggio di un quarto d’ora — e sono spesso proprio quei quindici minuti a dare la svolta alla giornata. 

L’IMPREVI S T O , IL RI S P ETT O , LA S I C U RE Z ZA 

Il guasto, l’errore, l’imprevisto: Andrea ne parla senza toni drammatici, ma con una lucidità che vale più di un manuale. Sulla strada, dice, non si ha mai il controllo totale di niente, se non della propria testa. Succede quasi sempre quando si abbassa la guardia — una curva presa con troppa leggerezza, un fondo stradale traditore, una distrazione da stanchezza. In quel momento la foga e il panico non servono a niente: servono solo freddezza, umiltà e rispetto. È una lezione che assomiglia, per vie diverse, a quella che Seneca lasciò scritta duemila anni fa: 

“Non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.” 

SENECA 

Vale per il mare, vale per l’asfalto: chi non sa leggere la strada, e se stesso, non trova mai il vento giusto. L’errore, dice Andrea, non serve a far venire paura: serve a ricordare che la strada va sempre rispettata. Da ogni imprevisto si impara a leggere meglio l’asfalto, a prevedere le mosse degli altri, e a capire che tornare a casa sani è sempre la vittoria più bella di ogni uscita. 

Ed è qui che il racconto di Andrea incontra il lavoro che a motociclismo.top portiamo avanti da mesi con la campagna “Abbasso i P.D.M.”. Il pericolo più grande, dice, non è la curva bagnata: è la strada che si conosce a memoria. È l’abitudine, la confidenza, il “tanto qui ci passo sempre” che abbassa la guardia proprio dove ci si sente più sicuri. A questo si aggiungono le distrazioni degli altri — uno specchietto non guardato, una freccia non messa, le macchie d’olio che la pioggia leggera riporta a galla. In moto, dice Andrea, l’attenzione deve essere costante dal primo all’ultimo metro. 

Sull’attrezzatura tecnica, Andrea non ha dogmi: la definisce un’integrazione di scelta consapevole, abitudine e compromesso, guidata sempre dalla pianificazione — prima di vestirsi, capire dove si va e cosa si affronterà. Ricorda, in questo, una frase di Robert M. Pirsig che ogni motociclista dovrebbe appendere in garage: 

“Benché guidare una motocicletta sia romantico, occuparsi della sua manutenzione è decisamente classico.” ROBERT M. PIRSIG, “LO ZEN E L’ARTE DELLA MANUTENZIONE DELLA MOTOCICLETTA” 

Il romanticismo è la piega, la partenza, il vento in faccia. La manutenzione — della moto, dell’attenzione, del rispetto per la strada — è tutto il resto: meno fotogenica, ma è quella che ti riporta a casa. 

Alla fine, quello che resta di questa intervista non è una moto, e non è nemmeno una strada. È un uomo che si toglie il casco e continua comunque a viaggiare, solo a un ritmo diverso. Andrea lo racconta meglio di come potrei farlo io: cambia solo il ritmo, ma tiene la stessa curiosità per il mondo. Forse è questa, in fondo, l’unica vera differenza tra chi va in moto e chi no: non il mezzo, ma la fame di orizzonti che ci si porta dentro anche da fermi. 

Marco Costanzo 


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